<<Si da per scontato che gravidanza e maternità siano eventi meravigliosi e gioiosi non intaccati da vissuti, emozioni e sentimenti negativi. Anzi quando ciò accade la futura mamma o la neo mamma vengono fatte sentire inadeguate, non degne di avere un figlio, incapaci di adempiere al loro ruolo genitoriale.>>

Ho conosciuto Elisa diversi anni fa quando si era rivolta a me per un problema di autostima. Elisa era fidanzata da qualche anno con un ragazzo che abitava parecchio distante da lei. Entrambi stavano valutando la possibilità di andare a vivere assieme anche perché Elisa, nel frattempo, aveva trovato lavoro nella zona in cui abitava il fidanzato.

I nostri incontri hanno avuto come obiettivo il miglioramento dell’autostima attraverso una visione positiva delle sue capacità. Migliorando la fiducia in sé Elisa ha imparato ad affrontare diversamente le responsabilità lavorative ed è stata capace di compiere il passo per uscire dal nucleo familiare d’origine. Dopo aver lavorato per qualche tempo con Elisa abbiamo sospeso gli incontri perché eravamo arrivate al termine del nostro lavoro. Quando abbiamo deciso di salutarci Elisa ed il fidanzato avevano acquistato un appartamento, erano in procinto di andare a convivere ed il nuovo lavoro funzionava bene dopo un iniziale momento di difficoltà legato alle ansie che Elisa aveva per paura di “non farcela”, di “non essere all’altezza”.

Per qualche anno non ci siamo più sentite finché un giorno ricevo da lei una telefonata nella quale mi annuncia di essere diventata mamma da qualche giorno ma che le cose non vanno come lei aveva immaginato. Decidiamo di fissare un appuntamento al quale Elisa si presenta con il marito (nel frattempo si erano sposati ed anche qui troveremo una possibile causa della depressione post parto) ed il figlio.
Già dai primi momenti mi appare chiaro che le cose non vanno affatto bene.

Mi ritrovo davanti una persona completamente diversa rispetto a quella che avevo conosciuto. E’ confusa, estremamente in ansia, angosciata ed incapace di reggere il pianto del bambino. La vedo molto disorientata nel tempo e sembra essere nella stanza solo fisicamente; nel corso del colloquio cerco più volte di attirare la sua attenzione ma dopo qualche secondo, nel quale sembra orientata sulle mie parole, subito si perde nel suo mondo di paure.

Con il marito parliamo di alcune paure legate alla gestione del bambino. Elisa è particolarmente preoccupata per l’allattamento al seno, ha paura di non riuscire a capire quando il figlio ha fame ma, soprattutto, teme di non avere latte a sufficienza. Lega infatti il continuo pianto del figlio alla convinzione di non avere sufficiente latte per nutrirlo.

Nelle due ore di colloquio emerge sempre più chiaramente che Elisa non riesce a gestire l’angoscia che l’attanaglia rendendola incapace di recuperare un seppur minimo senso di obiettività e di realtà. La mia attenzione si rivolge al marito cercando di costruire con lui una strategia di aiuto per la moglie. Il marito, già da me conosciuto in passato, è una persona estremamente sensibile, molto attento ai bisogni di Elisa e comprensivo nei suoi confronti.

Per quanto riguarda il bambino questo si tranquillizza solo quando è in braccio al papà mentre appare estremamente agitato (agitazione che si manifesta con il pianto) quando è in braccio alla mamma.
Durante il colloquio ogni volta che Elisa ha in braccio il bambino e questo comincia a piangere subito lo allontana da sé porgendolo al marito.
Anche l’espressione del corpo e la mimica facciale lasciano chiaramente trapelare tutta la sua angoscia e il suo tormento. Nel porgere il bambino al marito riconosce a lui una capacità di accudimento che sente non appartenerle.

Durante il colloquio mi sono sentita molto combattuta tra suggerire loro di rivolgersi immediatamente all’ospedale oppure attendere qualche giorno. Dopo aver discusso di queste due possibilità con il marito (Elisa si opponeva fermamente ad andare all’ospedale per paura che le togliessero il bambino) ci siamo accordati di risentirci il giorno successivo. Ho dato al marito il compito di monitorare la moglie discutendo con lui l’atteggiamento da tenere ed alcuni suggerimenti per accudire il bambino.

A distanza di qualche giorno Elisa è stata ricoverata all’ospedale nel reparto di psichiatria. Il suo ricovero è durato circa due mesi. Dopo qualche mese dalla dimissione, su suggerimento della psichiatra che l’aveva in carico, sono ripresi i colloqui tra me e lei. Dopo circa un anno, grazie alla terapia farmacologica, al sostegno psicologico ed alla vicinanza del marito Elisa è uscita dal tunnel della depressione post parto.

Accudisce il suo bambino con amore e si sente adeguata al suo ruolo di madre. Rimane la paura immotivata di una possibile ricaduta. Il ricovero presso la psichiatria è stata per Elisa un esperienza devastante che ha lasciato dentro di lei una ferita profonda che solo il tempo, sfumando il ricordo, potrà risanare.

Fattori che hanno favorito l’insorgere della depressione post parto in Elisa.

a) Eventi stressanti accaduti prima della nascita del bambino
Holmes e Rahe (1967) hanno costruito la Scala degli Eventi Stressanti Esistenziali la quale contempla 43 eventi stressogeni; a ciascuno evento viene attribuito un punteggio variabile tra 11 e 100. Si possono definire eventi stressanti tutti gli stimoli che comportano la necessità di un riadattamento dell’individuo e che provocano un cambiamento dell’omeostasi dell’organismo. L’evento maggiormente stressante per una persone è la morte del coniuge al quale viene attribuito un valore pari a 100. In questa scala la morte di un parente stretto viene ordinata al quinto posto per gravità e gli è attribuito un punteggio pari a 63. Il matrimonio si trova al settimo posto con un valore medio di 50. Al dodicesimo posto troviamo la gravidanza con un punteggio medio di 40.

All’inizio della gravidanza di Elisa è morto il suocero. Oltre all’esperienza luttuosa, sia Elisa che il marito hanno dovuto/voluto farsi carico della suocera iniziando a trovare per lei una nuova casa nella quale trasferirsi. Circa a metà gravidanza è avvenuto il matrimonio.
Terrei qui a sottolineare, perché a mio avviso è stato un fattore determinante per la gravità dell’evento, che Elisa ed il marito si sono sposati per soddisfare una richiesta che arrivava dalle famiglie di origine. Infatti i due ragazzi, pur essendo intenzionati al matrimonio, avrebbero preferito aspettare ancora qualche tempo e sposarsi dopo la nascita del bambino.

Da quanto riferito da Elisa la gravidanza non era stata programmata, da poco si erano trasferiti nella nuova casa, c’erano tante cose alle quali pensare, cose da sistemare e debiti da pagare. Sebbene dopo aver scoperto di essere incinta il bimbo sia stato desiderato da entrambe, non c’è stato il tempo per Elisa di costruire uno spazio mentale nel quale contenere il bambino.

La scala degli eventi stressanti di Holmes e Rahe contempla anche eventi strettamente legati al lavoro come cambiamento dello stato lavorativo e delle condizioni di vita (ricordiamo che Elisa aveva cambiato lavoro e da poco era riuscita ad inserirsi pienamente nel nuovo contesto lavorativo.
Inoltre si era trasferita lontano da casa uscendo completamente dal nucleo famigliare ponendo tra sé e loro anche una distanza chilometrica), ipoteca di entità rilevante (Elisa ed il marito avevano da poco acquistato casa contraendo un mutuo pluriennale).

Possiamo quindi vedere come, nell’arco di breve tempo, Elisa si sia trovata ad affrontare numerosi eventi stressanti secondo la classificazione di Holmes e Rahe, partendo da eventi stresso geni di minore intensità sino ad arrivare ad affrontare situazioni che per valore di stress si collocano ai primi posti della scala.

b) Il parto come evento stressante

Per Elisa il parto si è connotato come un evento stressante. Le ore di travaglio sono state dure e faticose. Purtroppo come molte donne ha subito un approccio al parto sconsigliato dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità.
La maggior parte del travaglio si è svolta a letto obbligandola ad un continuo monitoraggio fetale.

Durante il periodo espulsivo, rigorosamente svolto in posizione ostetrica (sdraiate sul lettino con le gambe sollevate) ha subito l’episiotomia con il risultato che oggi, a distanza di qualche anno, deve stare attenta quando le viene da tossire perché, in conseguenza al pavimento pelvico danneggiato prima dall’episiotomia e poi dalla sutura, colpi di tosse particolarmente forti rischino di farle perdere involontariamente dell’urina. L’uso dell’episiotomia, purtroppo routinario nei nostri ospedali, risulta la causa determinante di perdite involontarie di urina in moltissime donne.

c) Eventi stressanti nell’immediato post parto

Elisa ha partorito all’interno di un ospedale che sostiene l’allattamento al seno. Dai racconti di Elisa relativi all’esperienza del corso pre parto e dell’approccio tenuto dal personale sanitario durante la degenza, si evince come siano mancate le necessarie conoscenze e, soprattutto, l’indispensabile sostegno in una fase così delicata come il nutrimento del proprio figlio.

Durante il corso pre parto sono state date sommarie informazioni sull’allattamento al seno e non è stato possibile per le donne fare un lavoro su di sé rispetto alle aspettative ed alla scoperta delle proprie capacità innate di accudimento. Dopo il parto Elisa ha ricevuto, sia dalla struttura ospedaliera che dalle persone che la circondavano nell’immediato ritorno a casa, informazioni contrastanti sull’allattamento al seno.

Benché dopo pochi giorni dalla dimissione si sia rivolta all’ospedale palesando la sua paura di non avere latte poiché il bambino richiedeva di essere costantemente attaccato al seno, il personale incontrato non è stato in grado di accogliere la sua richiesta di aiuto liquidandola con la semplice frase “Su, su si faccia coraggio e attacchi il bimbo ogni volta che lui lo desidera”.

E’ facile rendersi conto come frasi di questo genere non possano sicuramente rassicurare una mamma se questa non è prima stata correttamente informata sui meccanismi dell’allattamento al seno. Faccio un semplice esempio: se durante il corso pre parto le strutture disponessero di personale effettivamente qualificato e preparato sull’allattamento al seno risulterebbe ovvio informare le mamme sui meccanismi alla base dell’allattamento materno. La prima regola per allattare al seno con successo è attaccare sempre il bambino a richiesta. Perché?

Semplicemente perché produzione di latte e fuoriuscita dello stesso sono regolate da due ormoni la cui produzione avviene SOLO se il seno viene stimolato dalla suzione. Non mi dilungo a spiegare qui i meccanismi ed i fattori che decretano il successo o l’insuccesso dell’allattamento al seno perché già fatto in altre sedi.

Dalla breve analisi svolta rispetto alle esperienza vissute da Elisa durante la gravidanza emerge chiaramente che, ad un occhio attento e sensibile, erano già evidenziabili importanti fattori che avrebbero dovuto mettere in allarme rispetto all’insorgenza di una depressione post parto.
A tali eventi stressanti si sono poi aggiunti l’esperienza traumatica del parto ed il successivo avvio dell’allattamento al seno in una donna che avrebbe avuto bisogno di essere supportata diversamente.

Vorrei sottolineare che gli eventi stressanti individuati nella Scala di Holmes e Rahe non sono causa certa di sviluppo di depressione post parto, questo dipende dalle caratteristiche di personalità di ciascuno, rappresentano però degli indicatori che non possono assolutamente essere trascurati dal personale che incontra una donna durante il delicato momento della gravidanza.

Se vogliamo veramente prevenire la depressione post parto, perché è a mio avviso inaccettabile che oggi una percentuale di donne compresa tra 10 e 15% sviluppi depressione post parto in molti casi non riconosciuta e trattata con conseguenze devastanti per la donna che la subisce e per la relazione madre/figlio, è necessario che le future mamme si rendano parti attive della loro gravidanza, del parto e del post parto.

Uso l’esperienza vissuta da Elisa e da molte donne come lei per lanciare due messaggi:
1° tu donna che leggi e che ti ritrovi in tutto o in parte nelle parole scritte, tu mamma che leggi e che ti senti sola e abbandonata ricorda che molte donne come te stanno vivendo l’angosciante e devastante esperienza della depressione post parto.
Non sta succedendo solo a te. Non sei una mosca bianca.

Fermati un attimo a riflettere che la causa di questa situazione non sei tu ma le persone che non sono state capaci di cogliere la tua fragilità, le tue paure, l’angoscia che pian piano si è fatta strada in te. Brave mamme non si nasce, lo si diventa. Una madre nasce con suo figlio. Una brava madre impara per prove de errori, prove de errori che non saranno mai così gravi da produrre un danno indelebile nel figlio. Tu sei la mamma di quel bimbo o di quella bimba e credimi nessuno, sottolineo nessuno, è in grado di capire come te i bisogni della tua creatura.

Tutti i medici parlano partendo dalle conoscenze teoriche, spesso vetuste e sorpassate, e dall’esperienza maturata in anni di lavoro. Ma ogni donna è diversa dalle altre, ogni donna necessità che si capisca il suo funzionamento perché solo così è possibile aiutarla. Diffida delle soluzioni confezionate che ti possono essere date o che puoi leggere in un libro. Pretendi ascolto e, soprattutto, abbi rispetto per te stessa. La natura ci ha predisposto per essere mamme.

Non vergognarti di chiedere aiuto, parla con il tuo medico di base e, se necessario ricorri al sostegno di uno psicologo. Non voglio qui fare pubblicità alla mia professione ma evidenziare un dato di fatto: per un problema cardiaco si va dal cardiologo, per un problema ginecologico si va dal ginecologo, per un problema urologico si va dall’urologo, per un problema psicologico si va dallo psicologo.

La depressione post parto non rientra nelle malattie psichiatriche. La donna che soffre di depressione post parto non è “matta”, è una persona che vive una grande fragilità fonte di sofferenza e dolore. Trovare qualcuno in grado di ascoltare, sostenere ed accompagnare è l’unico modo per uscire completamente da questa devastante esperienza. Se chiedi aiuto ricorda che nessuno ti porterà via tuo figlio, i figli vengono sempre lasciati con le mamme perché solo così è possibile costruire quel legame fonte di vita per il bambino.

2° Voi donne che leggete e che siete in stato di gravidanza appropriatevi della vostra condizione. Non vivete passivamente la gravidanza, e successivamente il parto, come eventi che non vi appartengono, da delegare al medico ginecologo.

Trovate un luogo nel quale essere accolte e sostenute, informate correttamente su tutti gli aspetti che riguardano la gravidanza, il parto e l’allattamento. Diventate parte attiva del percorso nascita e non spettatrici che subiscono sulla loro pelle e la loro vita un evento ormai altamente medicalizzato snaturato completamente della sua bellezza e unicità.

Chiedetevi come mai se la legge, per una gravidanza fisiologica (quindi una gravidanza senza complicazioni come la maggior parte delle gravidanze) stabilisce un numero di ecografie pari a tre generalmente i ginecologi privati fanno eseguire una ecografia al mese? Come mai durante i corsi di preparazione al parto non vengono spiegate alla donna le conseguenze di manovre sconsigliate dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ma svolte di ruotine negli ospedali come il monitoraggio fetale continuo, l’episiotomia, l’induzione del travaglio con ossitocina, la manovra di Kristeller?


Nota: Articolo della Dott.ssa Stefania Venturini
Psicologa, Educatrice Perinatale
www.stefaniaventurini.it

Bibliografia
Holmes T, Rahe R. The Social Readjustment Rating Scale, Journal of Psychosomatic Research, 1967, 11: 213-218.
Organizzazione Mondiale della Sanità 15 passi per il travaglio, il parto e l’allattamento al seno.

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